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martedì 20 dicembre 2016

L'oro nella vita di Michael Phelps



Questa è la storia di come lo sport può essere spesso una fantastica metafora della fede e strumento di riavvicinamento a Dio. Questa è la storia di Michael Phelps, il più grande atleta olimpico di tutti i tempi. Col suo 23esimo oro alle olimpiadi di Rio infatti, il nuotatore americano si è messo dietro le spalle anche Leonida da Rodi, il mitico atleta ellenico che 2168 anni fa - dai tempi delle origini dei giochi nell'antica Grecia - deteneva il record di 22 "Allori".
Ragazzo prodigio, Michael debutta a soli 16 anni con un 5° posto ai giochi di Sydney 2000: un risultato eccezionale. Nei 10 anni successivi fa strage di titoli e medaglie dominando completamente la scena internazionale dei campionati mondiali di nuoto e delle 2 olimpiadi successive ad Atene e Pechino. Successo, ricchezza, gloria e fama a soli 26 anni. Poi improvvisamente qualcosa si rompe: nella finale dei 200 butterfly di Londra 2012, Michael sbaglia l'ultima bracciata e il rivale di sempre - il sudafricano LeClod - lo supera e gli strappa il titolo per soli 5 primi di secondo.
Michael crolla e cade in una spirale di depressione e autocommiserazione che lo spingono ad abbandonare gli allenamenti e a dichiarare ufficialmente il ritiro. Sopraggiunge la dipendenza dall'alcol e droga finchè il "News of the world" non sbatte addirittura in prima pagina una sua foto mentre aspira "bang" una fortissima droga sintetica. Phelps tocca il fondo e molti temono per la sua vita. Confessa a più di un amico di stare pensando di farla finita. In un'intervista alla ESPN dichiara: "Non avevo considerazione di me. Ero senza autostima. Pensavo che il mondo sarebbe stato meglio senza di me. Pensavo che fosse quella la cosa migliore da fare, mettere fine alla mia vita".
È stato a questo punto che Dio ha fatto risplendere il vero oro nella sua vita. Nel 2014 Michael decide di ascoltare la sua famiglia ed entrare in un centro riabilitativo dove inizia a curarsi. Phelps porta con sé il libro 'La vita con uno scopo' di Rick Warren, un noto pastore evangelico. Gli era stato dato dall'ex linebacker dei Baltimore Ravens Ray Lewis; non solo lo legge, ma inizia anche a condividerlo con gli altri pazienti.
Fu così che ottiene, in quel centro di riabilitazione, il soprannome di "Mike il Predicatore". Per porre enfasi sul loro duro lavoro, spesso gli atleti baciano le loro medaglie, che però non possono contraccambiare. I riconoscimenti dei media sono un vento mutevole. Ma l'amore di Cristo che pone le sue basi sulla fede ripristina la prospettiva giusta. È un momento di svolta e conversione decisive. Durante il periodo di riabilitazione, oltre a trovare la fede, Phelps si rende conto che molto del suo disagio era dovuto all'assenza del padre per gran parte della sua vita. Quando Phelps aveva 9 anni infatti, i suoi genitori divorziarono, e per riempire quel vuoto iniziò ad andare in piscina.
Una volta conquistata l'acqua, il dolore interiore è poi riemerso. Nel centro, durante la settimana riservata alla famiglia, Phelps riprende i contatti con il padre. Quel momento ha portato guarigione nel cuore di entrambi. Si abbracciarono per la prima volta in tanti anni, e quell'esperienza lo ha aiutato ad andare avanti. Ed ecco poi la grande sorpresa: la fede e il rapporto con Dio spingono Phelps a riprendersi quello che era suo. Nell' Agosto del 2016 Michael è di nuovo sul trampolino nella finale dei 200 mt butterfly alle olimpiadi di Rio. Contro di lui il rivale di sempre LeClod. Ma questa volta non c'è storia: Michael lo straccia completamente con un mostruoso 1,54" e 86 decimi di secondo. Phelps vince il 23esimo oro, quello più luminoso di tutti, record assoluto nella storia di tutte le olimpiadi dai tempi dell'antica Grecia.
D'altronde l'allenatore di Michael ora si chiama Gesù.

Luca Frezza


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