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mercoledì 14 dicembre 2016

Ancora un altro



Prima che di carne e sangue, polvere e respiro, tutti noi siamo fatti di storie.
La nostra vita, quello che facciamo, le decisioni che prendiamo, le difficoltà che affrontiamo, il nostro stesso nome, tutto quello che ci rende chi siamo insomma, tutto, indiscriminatamente, risponde ad un unico bisogno irrinunciabile: raccontare storie.
Ma come le riconosciamo noi, le storie che veramente ci cambiano la vita?
Semplice. Quando una voce più profonda della nostra tira fuori le parole che non sappiamo pronunciare e che pure ci portiamo dentro da sempre, quello è il momento esatto in cui la nostra vita cambia irreversibilmente. Il miracolo accade e allora nemmeno la fine ci fa più paura. Per noi, le storie sono un po' come le strade: senza, non sapremmo dove andare.


Dio stesso ha dato inizio a tutto non con un gesto ma con una parola. È stato Lui ad inventare la prima storia che sia mai stata raccontata. E Gesù, seguendo l'esempio del Padre, ha fatto altrettanto. Prima di Lui, Dio e l'uomo se ne stavano lontani l'uno dall'altro in un silenzio inesorabile. Poi ad un certo punto il Messia arriva. Passa trent'anni parlando poco e a bassa voce. Impara a lavorare il legno e nel frattempo si prepara a raccontare la più grande storia di sempre. La storia di tutti noi. La storia della salvezza. La cosa straordinaria non stava tanto nella storia in sé, ma nel ruolo di Gesù in quella storia. Prima che arrivasse, per noi la fine era dietro l'angolo e sembrava inevitabile. E Gesù, raccogliendo l'eternità ai piedi della sua croce, ha spostato la fine. Lui, la Parola, ha alzato la voce e ha costretto la storia che doveva finire, a continuare. A questo punto, visto che Gesù è venuto a raccontare storie e che noi tutti siamo chiamati a seguire il suo esempio, eccomi qui a raccontarvi una storia.
A me l'ha raccontata al cinema ? o almeno lo farà tra qualche mese ? un signore australiano di nome Mel Gibson. Nella vita, Gibson ? regista, tra l'altro, del kolossal "La Passione di Cristo" ? racconta storie con i film e le storie che sceglie sono sempre storie fuori dal comune. Per quale ragione?
Perché sono tutte storie simili a quella di Gesù: finiscono più tardi del previsto.
Cominciano male, proseguono peggio e quando sembra che tutto sia perduto e che si debba solo farla finita, vanno avanti comunque.
Perché? Perché c'è ancora qualcosa che non è stato fatto, c'è ancora una scelta che aspetta di essere presa, una posizione che chiede di essere mantenuta.
Stavolta, dopo oltre dieci anni, l'attore e regista australiano si è voluto confrontare con una storia più recente, di circa settant'anni fa.
Un'altra storia vera, la storia di una scelta difficile, di un coraggio sconcertante. La storia di un uomo qualunque disposto a fare la scelta che nessun altro era disposto a fare.
Il film che Mel Gibson ha realizzato su questa storia uscirà tra qualche mese al cinema con il titolo "Haksaw Ridge".
Siamo nel bel mezzo della seconda guerra sul fronte giapponese, precisamente sull'isola di Okinawa. L'estate del 1945 era ormai alle porte. L'esercito americano conta 182.000 unità impegnate contro i giapponesi. Migliaia di uomini pronti ad uccidere perché disposti a morire, e tra loro un ribelle. Si chiama Desmond Thomas Doss e all'età di 23 anni si è arruolato come volontario nell'esercito degli Stati Uniti. È un ragazzo come mille altri eppure ha qualcosa di diverso: è disarmato. La ribellione di questo ragazzo di soli ventitré anni, sta tutta qui. A conti fatti, è il primo obiettore di coscienza della storia dell'esercito degli Stati Uniti d'America.
Ecco una storia apparentemente già scritta, che sul punto di finire e di finire nel più tragico dei modi, prosegue. E sorprende. Tutto perché un uomo fa la scelta che nessun altro è disposto a fare, perché quell'uomo mantiene la posizione che tutti hanno abbandonato.
La domanda allora è questa. Chi è costui, che ritiene di poter fare a meno di un'arma mentre attorno a lui è il delirio, precludendosi la possibilità di difendere non solo se stesso ma anche i suoi compagni? L'insinuazione è violenta, costante: "Chi si crede di essere? Si reputa migliore di noi?".
È un dato di fatto: se scegli di fare la cosa giusta, puoi starne certo,  tutti quelli che ci hanno rinunciato, si sentiranno offesi e accusati dalla tua condotta e risponderanno a loro volta con accuse e offese. In realtà, Desmond non si considera nient'altro che un cristiano, di quelli che seguono le orme del proprio Maestro, in silenzio. Ma torniamo ad Okinawa. Gli scontri appena iniziati si fanno subito violenti. Il giovane Desmond si rifiuta di togliere delle vite, va oltre. Fa di tutto per salvarne quante più possibile.
La sua preghiera è più violenta della guerra che ha intorno, più insistente della morte che ha sotto gli occhi.
"Ancora uno Signore, lasciami salvare ancora un ultimo uomo".
Desmond, il soldato disarmato e spacciato, imprevedibilmenente, salva la vita di 75 uomini. Settantacinque uomini raccolti senza speranza, uno alla volta, correndo da un capo all'altro del campo di battaglia. Li carica sulle sue spalle e li porta in salvo. Settantacinque uomini. Pensateci un attimo. Se fosse stato impegnato a tenere in mano un fucile, settantacinque persone avrebbero perso la vita. La fine sarebbe arrivata e per loro non ci sarebbe stato nulla da fare. E Desmond Doss, invece, si è comportato come uno di quelli che spostano la fine oltre qualunque previsione.
Per il suo slancio eroico, per l'incrollabile senso di responsabilità, per la fede irriducibile che non lo abbandonò mai, il giovane Doss, dopo aver prestato servizio nel teatro di guerra del Pacifico, al suo "miracoloso" rientro in patria, fu insignito della "Medal of Honor", la più alta onorificenza militare statunitense.
Ma ciò che la leggenda rischia di oscurare è che prima di fare l'eroe tra gli applausi del mondo, Desmond, contro gli insulti del mondo, era stato un eroe.
Nel bel mezzo della guerra non aveva avuto nemici da attaccare, perché gli interessavano solo i feriti da soccorrere. Potè salvare delle vite perché si rifiutò di spezzarne delle altre.
Potè rompere il silenzio della morte perché voleva raccontare la vita.
Non aveva nient'altro da dire se non "Ti prego Signore, ancora un altro!".
Non aveva le braccia intralciate da un fucile e perciò era libero di tendere in soccorso entrambe le mani. Per questo e molto altro, Desmond Doss con la sua straordinaria forza di volontà e la sua fede indistruttibile, ci ricorda, prima, durante e dopo il film, cosa ciascuno di noi è chiamato a fare come cristiano. Un cristiano fa la scelta giusta anche quando è della scelta più difficile che si tratta, anche quando è da solo, anche quando gli costa la vita.
Un cristiano rifiuta le armi, la morte, la guerra, il silenzio, la fine e non smette invece di soccorrere, salvare, portare pace e raccontare la Vita. Il cristianesimo è tutto qui. Una storia, un nome, una buona notizia. Tutto in una Parola che aspetta solo un'altra voce per essere raccontata. Ancora una volta o magari, volesse Dio, altre settacinque.

"Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, riscattondo il tempo.
Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno" (Colossesi 4:5-6).

P.S.
Nel caso non si fosse capito, lo ribadisco. Andate a vedere "Hacksaw Ridge"!

Gionathan Viapiana


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