ChristianLifeStyle a 360°

FACEBOOK     YOUTUBE     PHOTOBUCKET     WORSHIP     CONTACT


lunedì 13 giugno 2016

L'arte è lunga, la vita è breve



Questa fu una delle citazioni di una persona ritenuta “folle”: “L’arte è lunga, la vita è breve”.
Vincent Willem Van Gogh nacque a Zundert (Olanda) il 30 marzo 1853 in una famiglia di fede protestante. Tanto geniale quanto incompreso, autore di quasi 900 opere, più di mille disegni senza contare i numerosi schizzi non portati a termine, van Gogh ha segnato in modo radicale l’arte del XX secolo e non solo.



Ma cosa di quest’uomo ci colpisce e raggiunge così nel profondo? Più ancora della sua arte, di sicuro, la sua incredibile umanità, la sua vita fuori dal comune.

Correva l’anno 1879 e Van Gogh sceglieva di lasciare ogni cosa per trasferirsi in una baracca nel centro minerario di Wasmes, col solo scopo di predicare l’evangelo ai minatori.

Come può un pazzo essere così sensibile? Era davvero pazzo? Io inizierei a ricredermi. Parliamo di un tizio che rinuncia ai suoi beni, alla sua felicità, alla sua vita, per portare speranza là dove speranza non c’era.

Scelse di dedicarsi ai deboli e agli ultimi, Van Gogh, eppure finì egli stesso per essere “vittima” dell’incomprensione prima, della solitudine poi − alleviata solo dalla presenza di suo fratello Theo − e infine dagli eccessi causati dalla sua malattia.

Vincent è stato deriso, frainteso e abbandonato; pensandoci bene, non si può dire sia stato il solo. Anche Gesù per tutta la sua vita è stato un incompreso, un semplice falegname senza istruzione nato e cresciuto ai margini del mondo che conta davvero, uno con il quale Van Gogh avrebbe sicuramente avuto molto a che fare.

Gesù si è espresso con miracoli e parabole, Van Gogh con tele e cartoni. Ma come può l’olio staccarsi dalla tela per scorrere nell’animo dell’uomo? Non lo so, è un miracolo terreno che solo gente come Van Gogh ha potuto e può adempiere: un gesto comune ed immenso che per molto tempo ha soccorso il cuore di molti, che ha portato una buona notizia più di tante parole.

Era uno fuori dal mondo eppure ha dato tanto al mondo, proprio come quel samaritano di cui non sappiamo nemmeno il nome. E non a caso a proposito del buon samaritano, Van Gogh impresse su tela questa storia nel maggio del 1890. La scena è ambientata lungo una strada sterrata che costeggia un fiume, in mezzo a campi bruciati dal sole. In primo piano emergono il samaritano, il viandante e il cavallo, sullo sfondo invece si possono notare le figure di due passanti indifferenti, il sacerdote e il levita.

Se volessimo analizzare ogni personaggio potremo notare come la figura del samaritano sia in realtà un autoritratto dell’artista. In questa prospettiva l’intento di Van Gogh è quello di trasferirci lo sforzo necessario a sollevare il peso inerte del ferito; lo stesso sforzo che proprio lui aveva impiegato per aiutare la povera gente di Wasmes.

Quando dipinge quest’opera vive una molto fase difficile della sua malattia, durante la quale si sente solo e abbandonato proprio come il viandante sulla strada di Gerico. D’altro canto invece, ho sempre attribuito la figura del cavallo che attende pazientemente, assumendosi la responsabilità del peso di cui deve caricarsi, al fratello Theo che con delicatezza si è sempre preso cura di Vincent.

E che dire ancora dei passanti indifferenti? Uno dei due può alludere alla figura di Paul Gauguin, un altro artista dell’epoca che, dopo aver approfittato della sua ospitalità abbandona il pittore fiammingo in una pozza di sangue; la seconda figura, invece, potrebbe rappresentare le beffe del popolo che non ha saputo fare di meglio che giudicarlo. Il popolo allora fu superficiale e quanti uomini lo sono ancora oggi.

Quanti uomini si limitano a dire “Non c’è niente dopo il tramonto perché il sole affonda nel mare la sera”. Oppure: “Quella data persona non va”, senza sapere cosa ci sia realmente nella vita e nell’anima della persona che si giudica. Come Van Gogh anche Gesù fu deriso, come Theo si curò di suo fratello anche Dio consolò il proprio figlio, come Gesù è stato ucciso anche il nostro artista fu ucciso.

Non credo che Vincent Van Gogh sia morto suicida perché la storia ci dice che “Dopo aver trascorso molti anni soffrendo di disturbi mentali, morì all’età di 37 anni per una ferita da arma da fuoco, auto-inflitta”. Solo dopo la sua morte, con la rivoluzione scientifica, la psicoanalisi e altre varie terapie, nacquero delle cure per la malattia del nostro artista. Il suo disturbo gli comportava delle crisi, le stesse crisi che lo portarono a premere il grilletto contro la sua volontà. Per Vincent non c’era scampo, recluso com’era nella sua solitudine.

Caro lettore pensi ancora che Vincent Van Gogh sia stato un semplice pazzo o pensi che sia stato un genio incompreso? Quanta gente nel Mondo è sola e quanti ancora gridano nella solitudine? Se questi ricevessero un aiuto sincero e noi fossimo meno diffidenti, penso che salveremo loro e anche noi stessi abbattendo così la barriera della superficialità.

Rosanna Di Fiore


Nessun commento:

Posta un commento

Locations of visitors to this page
Pagine visitate:  



Torna in cima alla pagina