ChristianLifeStyle a 360°

FACEBOOK     YOUTUBE     PHOTOBUCKET     WORSHIP     CONTACT


domenica 11 ottobre 2015

Sono vivo e sono qui



...in una moglie che puntualmente, ogni mattina,
ti portava il caffè e ti augurava il buongiorno,
ben sapendo che quella non sarebbe stata per niente una buona giornata...
...come se Qualcuno avesse detto, ed è stato così: “svegliati, l’incubo è finito!”


Sono sicuro che Claudio Baglioni mi perdonerà se per introdurre il racconto di un segmento della mia vita ho scelto le parole di una sua canzone che calzano a pennello con la mia voglia di vivere e la gioia di esserci che sono semplicemente esplosive. Lo dico a priori, mi scuso con quanti noteranno nel mio raccontare una certa crudezza nel sottolineare gli aspetti tragici di questa storia, nel non nascondere i sentimenti e i pensieri più brutti, praticamente nell’essere sincero fino alla brutalità, lo faccio per due motivi: primo, per far risaltare, come fa il gioielliere che pone il diamante su un fondo di velluto nero, l’opera di Cristo; secondo, mi rivolgo a tutti, ma credo che le mie parole avranno peso e valore superiore in quanti stanno attraversando lo stesso problema e vogliono identificarsi e riconoscersi in questa esperienza, perciò vorrei essere quanto più preciso possibile  ed io mi auguro, questo è lo scopo, che lo facciano totalmente, cogliendo sì gli aspetti negativi, ma anche, soprattutto, “il lieto fine” della storia. E vengano da questo incoraggiati a credere: Gesù l’ha fatto per me, può e vuole farlo anche per te.
Vorrei, mi sia concesso, dare a queste righe una chiave di lettura, un presupposto con cui considerare questa storia, altrimenti qualcuno potrebbe, suo malgrado, rimanere sconcertato, se non addirittura scandalizzato da essa. Qual è la chiave di lettura? Diceva Cornelia ten Boom, credente olandese del secolo scorso e autrice de “Il nascondiglio”: “Non esiste abisso profondo che l’amore di Dio non sia più profondo”, a conferma di un amore che supera ogni conoscenza e che, se mi consentite, spazza via quelli che possono essere i nostri concetti e pregiudizi, ed io vorrei trovare, non lo pretendo, in chi mi legge lo stesso sentimento che è stato nell’ Amabile Giardiniere della parabola del fico sterile che si trova nella Bibbia “…lascialo ancora quest’anno, finché io lo abbia zappato e concimato e forse darà frutto in futuro, altrimenti lo taglierai” e, gloria a Dio, Egli non mi ha tagliato! Non taglierà nemmeno te!
Veniamo al dunque, sono, ed ero, prima di quest’esperienza, un credente in Dio. L’ho conosciuto personalmente e la mia conoscenza era reale, profonda, concreta.
Tutto cominciò nell’ottobre del 2003, ero rimasto, per l’ennesima volta, senza lavoro, non era la prima volta ed io ero certo e convinto che, come le altre volte, Dio mi sarebbe venuto incontro e, devo dire la verità, credevo in una soluzione a tempi brevi, ma ciò non avvenne. Cominciai a guardarmi intorno e il timore fece capolino nella mia vita, finché una voce, attenzione a quelle “voci”, vengono direttamente dall’inferno, mi sussurrò, la ricordo chiaramente, come fosse ora: “hai quarantasei anni, quale lavoro speri di trovare? Non c’è per i giovani, figuriamoci per te! E come farai tu e la tua famiglia? E come  vivrete con il solo mezzo stipendio di tua moglie?”. Ahimè, a quella voce, purtroppo, diedi ascolto, non la scacciai con la fede, le feci una “bella casetta” nel mio cuore, le diedi da mangiare, la feci crescere, avevo nutrito il dubbio e la fede era morta di fame, e le conseguenze furono devastanti! Cominciai ad immalinconirmi, a non dormire di notte, col pensiero e la paura di un futuro che prevedevo tragico, mia moglie cominciò a somministrarmi dei blandi sonniferi, lo faceva di nascosto perché io non accettavo l’idea di un credente che era preso dall’ansia e non dormisse, comunque era acqua fresca, perché continuai a non dormire. I pensieri divennero tarli che rodevano le ossa, capaci di minare sin nelle fondamenta tutte le certezze di anni di fede perché, è inutile sottolinearlo, si andò di causa in effetto, dai al diavolo un dito, si prende dito, spalla e testa compresi, avevo dubitato, ero stato incredulo, avevo perso non solo il lavoro e la pace, ma anche la certezza del mio rapporto con Dio. Mi rivolsi alla Bibbia per cercare delle risposte, per trovare un conforto, ma avendo la mente bacata, acchiappavo tutti quei versi che parlavano di condanna, di perdono impossibile, di inferno certo e il solito nemico, non faccio nomi, su questo ci andava a nozze e mi faceva pensare quello che voleva. Cosa pensavo in quelle notti insonni? Pensavo a quel che ero, a quello che avevo perso, a quello che, per colpa mia, ero diventato, all’inferno che mi aspettava, sì, perché di quello, solo di quello ero più che sicuro. Gli effetti di un tale stato non tardarono a farsi vedere sul mio fisico, dimagrii a vista d’occhio, cominciai a bloccarmi, rimanevo ore fermo in un posto con gli occhi sbarrati dal terrore di chissà che cosa. Morale della favola, mi portarono dal neuropsichiatra che attribuì il tutto alla mancanza di sonno e si regolò di conseguenza, ma la mia condizione non mutò, anzi, nei miei pensieri contorti e schiavi del signore delle tenebre nacque questo ragionamento: “hai perso la salvezza, la dignità, gli affetti, la stima di te stesso, ti avvii alla condanna eterna, CHE VIVI A FARE?”. La ciliegina sulla torta, l’unica soluzione, il senso obbligato di questa strada. E i pensieri, purtroppo, non rimasero tali, e per ben due volte. Mi fermo qui. Ricovero in un ospedale psichiatrico (quante volte ho temuto di finire lì i miei giorni), tre ricoveri in un anno circa, imbottito di psicofarmaci (ne assumevo in quantità industriali, circa dodici al giorno, li distinguevo solo per li colore)  per inibire quelle manie, non avevo voglia di vivere, non avevo il coraggio di morire e, se pure l’avessi avuto, gli psicofarmaci ne bloccavano la voglia, mi scuso ancora per la crudezza del linguaggio. Ma gli altri? Cosa dicevano gli altri, quali erano i loro pensieri, i loro sentimenti? Cominciamo dagli addetti ai lavori: psichiatra “signora, SE NE ESCE ci vorrà molto tempo, e non si senta in colpa se compisse un gesto insano”, psicologo “Giuseppe ha tre grossi traumi, e ognuno di loro, per essere superato, richiede almeno cinque anni”. Pareri anonimi: “fa’ conto che tuo marito è morto”, “ben gli sta, è stato sempre orgoglioso e amante del denaro”, “con questo capirà che anche lui è un essere umano”. Non voglio commentare e nemmeno giudicare. E Dio? Dov’era Dio? C’era o era l’Illustre assente? Possibile che avesse, come il più vile dei mercenari, Lui che è il Buon Pastore, abbandonato le pecore al loro destino? Nessuno pensi questo, nei momenti difficili Dio c’è! Ma qualcuno si domanderà: dove lo vedevi, chi ti ricordava la Sua presenza. Adesso è facile rispondere, prima no, neanche io lo vedevo: lo si vedeva in una chiesa che pregava per me, che  credeva nel miracolo, in un pastore, passatemi il termine “di coccio”, che non ha mai avuto dubbi sul mio ristabilimento spirituale, che ha sempre detto: “Angela, il Signore te lo ritornerà migliore di prima”, in una moglie che puntualmente, ogni mattina, ti portava il caffè e ti augurava il buongiorno, ben sapendo che quella non sarebbe stata per niente una buona giornata, che l’avrei trascorsa  interamente a letto immerso nei miei pensieri e che all’orario del culto avrei fatto la classica telefonata: “Angela, non vengo in chiesa”, “lo so”, era la laconica risposta, eppure continuava a portare il caffè perché credeva nell’Iddio dell’impossibile!
Qualcosa cominciò a cambiare quando mia moglie dovette ricoverarsi per un raro caso di tumore all’ampolla di Vater, quasi due mesi trascorsi in ospedale e a casa solo noi maschietti, dovetti, per forza di cose, darmi una smossa, sottolineo, dovevo, non volevo. Mi alzai dal letto, accudivo la casa e i ragazzi, cercando di dare, in questa situazione, un minimo di normalità. Ritorna Angela a casa e io lasciai definitivamente il letto, cominciavo a starci con la testa e a vivere in modo normale, lo psicologo era ottimista e l’ospedale psichiatrico solo un brutto ricordo. Una domenica pomeriggio, stavamo scherzando insieme e tutto sembrava esser tornato come prima, ma mi sentii in dovere di dire a mia moglie: “Angela, tu mi vedi scherzare e ridere come se tutto fosse passato, ma non è cambiato niente, IO SONO MORTO DENTRO, perché sono un detenuto in attesa di giudizio, per me l’eternità è un’incognita, anzi è condanna certa, perciò non farti illusioni”, lei mi rispose: “ questo è quel che dici tu, non quello che dice Dio”. Passa qualche giorno e si presenta un problema, una situazione in cui il mio ruolo e peso di genitore poteva risultare determinante, ma da quattro anni non ero più genitore! Eppure sentivo il peso di questo problema, “dovevo” fare qualcosa e qualcosa lo poteva fare solo Dio, dovevo rivolgermi a Lui. UNA PAROLA! Da quattro anni non sentivo la Sua presenza, avrebbe ascoltato me dopo tutto ciò che avevo fatto? No, non mi avrebbe ascoltato, ma dovevo pregare, dovevo togliermi lo scrupolo. E lo feci, quali furono le  mie parole dopo quattro anni di silenzio con il Cielo? “Signore, io so che non mi stai ascoltando, ma io te Lo dico per non avere il peso, se Tu vuoi, risolvi questo problema, Te l’ho detto, la responsabilità non è più mia”, pregai pure con Angela a riguardo, a lei avrebbe dato ascolto. Stranamente per me, il Signore rispose a quella preghiera, e nel modo in cui avevo chiesto, rimasi meravigliato, ma questo non incise più di tanto nel mio rapporto con Dio, anzi, non incise per niente. Finita la giornata di sabato 17 novembre 2007, arriviamo alla domenica del 18 novembre 2007, mi sveglio, io, che per quattro lunghi anni, mi ero svegliato con il peso insostenibile di una giornata da affrontare, sapendo sicuro che Dio non era con me, ed era dura affrontarla così. Dicevo, mi sveglio e le mie prime parole sono: “gloria a Dio!”, come se Qualcuno avesse detto, ed è stato così: “svegliati, l’incubo è finito!”, mi sentii, in quel momento, come il figliol prodigo quando il padre, dopo averlo abbracciato e baciato disse ai servitori: “PRESTO… un anello al dito… la più bella veste… i sandali ai piedi”, riebbi in un attimo la
 mia dignità di figlio di Dio, mi confondevo nell’abbraccio del Padre ed era una sensazione meravigliosa! Andai in chiesa con un cuore colmo di gioia e gratitudine, ringraziai Dio, era passata solo qualche ora, per avermi liberato e tirato fuori dall’abisso della depressione. Ritornato ad essere figlio di Dio, mi volli avvalere di tutti i diritti dei figli di Dio, mi riferisco al problema degli psicofarmaci, ero in terapia di mantenimento, ne prendevo otto al giorno, ebbene, feci questo ragionamento: “se non ho più la febbre, non faccio più gli starnuti, non ho gli occhi rossi e non mi brucia più la gola, ciò vuol dire che l’influenza è passata, quindi non devo prendere più l’aspirina”. Detto, fatto, applicai lo stesso concetto per la depressione e, dal momento successivo a questo ragionamento, non presi più psicofarmaci, gloria a Dio! Dopo qualche mese venne a casa un caro fratello, medico, che aveva seguito il mio caso da vicino, quando sentì questo disse: “Peppino, come medico non sono d’accordo, ma mi arrendo al miracolo”. Voglio solo, a conclusione, ribadire un concetto: è certamente Dio che ha operato il miracolo, da parte mia nessuna volontà, ma per vedere il miracolo bisogna creare i presupposti: la chiesa, con in testa il pastore, ha pregato e ha creduto nel miracolo, una moglie che, nonostante gli scoraggiamenti, ha avuto fede nelle promesse divine e per quattro lunghi anni ha continuato a portare il caffè. Chi ha sprezzato il giorno delle piccole cose? Per chiudere voglio fare mie le parole del salmo 126, verso 3: “l’Eterno ha fatto cose grandi per noi e noi siamo nella gioia”.



Giuseppe Sabatelli


Nessun commento:

Posta un commento

Locations of visitors to this page
Pagine visitate:  



Torna in cima alla pagina