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domenica 11 ottobre 2015

Non è detta l’ultima parola


È sempre tutta una questione di tempismo. Chi siamo, cosa facciamo, il significato di qualunque cosa dentro e fuori di noi, la nostra stessa vita: perché tutto ciò abbia un senso è indispensabile arrivare in tempo. Il ritardo non esiste nell’eternità e se c’è qualcosa che Dio non sa fare è, per l’appunto, arrivare tardi. Parlare al momento giusto, fermarsi l’attimo prima della fine, vivere profondamente ogni istante, ogni giorno, saper tornare indietro appena possibile, aver avuto una vita all’altezza dell’eternità, questo è il tempismo che ci manca. Questa è la radice profonda di ogni nostro rimpianto che parliamo a sproposito, che ci fermiamo sempre troppo tardi, che passiamo la vita a contare le ore, che non torniamo mai indietro quando possibile, che viviamo senza tenere in conto l’eternità. Nessuno di noi è puntuale quando serve e tutti siamo costantemente in ritardo, ciascuno a modo proprio. Passiamo la vita ad aspettare o a rincorre il tempo, noi, nient’altro. Per questo la gente è sola. E va a finire sempre così: la nostra vita finisce troppo presto e – puntualmente – noi lo capiamo troppo tardi. Ecco perché il fallimento umano è così indelebile, perché niente potrà mai cancellare il tempo che abbiamo sprecato per fare ciò che andava fatto; ecco perché fa così male, perché nulla ci farà mai dimenticare di non aver fatto la cosa giusta al momento opportuno.
Una domanda, a questo punto, sorge spontanea. Come si fa ad arrivare in tempo? Quand’è che ha senso cercare di rimediare al proprio ritardo? In parole povere, fino a quando chiedere perdono, tornare indietro, pentirsi del proprio silenzio e confessare tutto, serve ancora a qualcosa? Incredibile a dirsi, fino all’ultimo. Un solo istante vissuto appieno redime un’intera vita di vuoto. Ora, se c’è un modo che l’uomo si è inventato per ricomporre i pezzi, per mettere a posto il tempo e provare così a dargli un ordine, un senso, quello è raccontare. Ecco perché voglio raccontarvi una storia, per cercare insieme di ritrovare il tempismo che ci manca. Prima, però, vi faccio un’altra domanda: che senso ha scrivere una lettera a qualcuno che non leggerà mai le nostre parole?
Era l’estate del 1944. Il mondo per la seconda volta era in guerra con se stesso e dovunque si guardasse, Dio non sembrava essere da nessuna parte. Le parole parevano non servire più a nulla. Il rumore assordante degli spari era come un silenzio impenetrabile per chiunque avesse qualcosa da dire. Non c’era nessuno che fosse ancora disposto ad ascoltare. Allora si scriveva. Si metteva tutto per iscritto. Non la si smetteva mai perché c’era sempre qualcuno che aveva vissuto un altro giorno e che perciò aveva ancora qualcosa da dire. Inutile negarlo: c’è sempre qualcuno che ha qualcosa in sospeso e non importa quanto tardi abbia fatto a rendersene conto, a ricordarsene.
Quell’estate sul fronte d’Africa c’era un uomo, un soldato senza nemici, capitato in quell’angolo di mondo per qualche ragione assurda, solo e senza via di scampo, con una vita lasciata in sospeso avanti e dietro di lui. Una notte qualunque ricordò di avere qualcosa da mettere a posto, di aver fatto tardi a capire la vita che gli era toccata. E si sentì morire perché gli passò per la testa che il suo era un ritardo senza scampo. E si rovistò nell’anima, e toccò fino a colmarlo il fondo della voragine che aveva dentro, e lì, nel buio più pesto, fu sorpreso di trovare una luce irriducibile. Si ricordò di DIO, quel soldato, e respirò di nuovo come faceva da bambino, lentamente, profondamente, quando si appartava per pensare, perché lui i grandi, quando gli parlavano, anche se non sembrava, li stava a sentire. Si ricordò che qualcuno una volta, di sfuggita, gli aveva detto che l’amore di Dio era così grande da aver riparato il nostro ritardo, e di aver già rimediato a tutto. Come? Era arrivato in anticipo.
«Infatti mentre eravamo ancora senza forza, Cristo a suo tempo, al “momento giusto” è morto per noi». Nonostante avesse ancora il fiato della morte sul collo, l’eternità, il tempo rimesso in sesto, gli faceva irruzione negli occhi e nel cuore. Ma non sapeva che per parlare con Lui non ci fosse bisogno di postini o roba del genere, per cui gli scrisse una lettera. Quell’uomo nel bel mezzo del ritardo del mondo intero, si fermò e scrisse una lettera con parole che neppure erano sue, ma che non gli erano mai morte dentro.
“Ascolta, mio Dio. Mi hanno detto che non esistevi e io, come uno stupido, ho creduto che avessero ragione. L’altra sera dal fondo di una voragine, scavata da un cannone, ho visto il tuo cielo. Di colpo mi sono accorto che mi avevano imbrogliato. Avessi preso un po’ di tempo per guardare le cose, mi sarei accorto benissimo che quelle persone si rifiutavano di parlarmi della tua verità. Mi chiedo, mio Dio, se ti andrebbe di stringermi la mano... Eppure sento che non ti sarà difficile comprendermi. È curioso che sia dovuto venire in questo luogo d’inferno, per aver il tempo di vedere il tuo volto. Ti amo terribilmente: ecco quello che voglio che tu sappia. Tra poco ci sarà un orribile attacco. Chissà! Può darsi che proprio questa sera io bussi alla tua porta... Noi due, fino a quest’istante, non siamo stati amici, e mi chiedo se mi aspetterai sulla soglia della tua casa... Lo vedi? Adesso piango. Sì, proprio io, piango come un bambino. Se ti avessi conosciuto prima... È l’ora! Bisogna che vada. È strano: da quando ti ho incontrato non ho più paura di morire. Arrivederci”.
Quell’orribile attacco lo uccise per davvero. Con cura, prima dello scontro, si era riposta quella lettera nell’uniforme, sperando, chissà, di darla lui di persona a Dio. È curioso pensare che quell’uomo pur sapendo di per certo che Dio non avrebbe mai letto niente che lui si fosse preso cura di scrivergli, lo fece lo stesso. Scrisse a Dio quella lettera e noi, ancora in perenne ritardo, l’abbiamo ricevuta. Non sapeva del ladrone sulla croce, probabilmente, quell’uomo. Eppure rimise in riga il tempo della sua vita con l’eternità. E tutto, in un attimo, persino la morte, acquistò un senso, un valore. Dio è stato sulla soglia di casa Sua ad aspettarlo quella sera, ne sono sicuro e con me il ladrone al fianco di Gesù e chiunque abbia appurato il suo incredibile tempismo. La salvezza di quell’uomo, con la sua dolcezza, ci redime tutti. Ancora oggi, ancora una volta. Siamo tutti da qualche parte, in guerra con chissà cosa, con una paura terribile che ci smorza la voce. E siamo tutti in ritardo. E tutti però abbiamo ancora una speranza. Perché un uomo, uno come noi, ha ritrovato la strada, è tornato indietro, ha rimesso il tempo a posto. Perché Gesù “a suo tempo” non è arrivato tardi e ha fatto quello che andava fatto.
«Perciò la Scrittura dice: “Risvegliati, o tu che dormi, risorgi dai morti, e Cristo risplenderà su di te”. Badate di camminare con diligenza non da sciocchi, ma come saggi, redimendo e riscattando il tempo, perché i giorni sono malvagi».
È un altra lettera a dirlo, ma fa lo stesso. L’importante è che a leggerla siamo noi.


Gionathan Viapiana


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