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domenica 11 ottobre 2015

Drop Out Generation



Finché ci saranno donne che piangono io combatterò;
finché ci saranno bambini che hanno fame e freddo, io combatterò.
Finché ci saranno uomini in prigione che ne escono per ritornarci, io combatterò;
io mi batterò, finché ci sarà un alcolizzato,
finché ci sarà per strada una prostituta che si vende,
finché ci sarà un essere umano privo della luce di Dio, io combatterò.

Io combatterò fino alla fine

- William Booth
fondatore dell’Esercito della Salvezza -

Diversi mesi fa mi sono imbattuta, durante l’approccio allo studio della pedagogia sociale, in questa definizione, “Drop Out”, che ha suscitato in me un forte interesse. Con questo termine si intende quel fenomeno di anno in anno sempre più consistente di abbandono scolastico. “A dropped out boy/girl” è un/a ragazzo/a che decide di abbandonare gli studi, non continuando così il suo percorso scolastico e precludendosi in questo modo una chance in più da potersi giocare nel sospirato e a tratti “disperato” mondo del lavoro. Ragazzi che non centrano il bersaglio, che falliscono nel portare a termine un progetto di studio, il quale, come una reazione a catena, innescherà tutta una serie di conseguenze che andranno ad influire su fattori importanti come un lavoro migliore, un futuro migliore, una vita migliore.

Non sono qui a descrivere il perché avvenga tutto questo. Di sicuro ci sono relazioni importanti ascrivibili al contesto familiare e sociale di appartenenza (famiglie disagiate o problematiche), reiterati rifiuti scolastici (bocciature, ripetenze, voti mediocri) ma anche la mancanza di una vera motivazione allo studio da parte di un’importante agenzia formativa come quella della scuola.
Tuttavia, questo fenomeno del drop out viene guardato con crescente preoccupazione dai pedagogisti, in quanto è un fenomeno che si sta estendendo a macchia d’olio anche in altri contesti sociali e non solo in quello scolastico. Il problema non è legato ad una sfera, seppur importante della vita, come quella dell’istruzione, ma denota a livello generazionale un atteggiamento mentale di sconfitta nei confronti della vita stessa. Ed ecco che si parla di “drop out generation” nello sport, nei disturbi alimentari, nelle dipendenze, nell’incapacità di mantenere un lavoro o un rapporto sentimentale, fino ad arrivare alla moda, delle tendenze o della dieta che non riusciamo a portare a termine... insomma un vero e proprio drop out state of mind!
Se nella nostra attuale società questi fenomeni esistono, sussistono e persistono, mi domandavo: noi cosiddetti “cristiani”, si proprio noi, quelli che un giorno hanno realizzato di aver bisogno di un Salvatore che li tirasse fuori dal loro modo di vivere inconcludente e deludente, noi cristiani del XXI secolo, a quale generazione apparteniamo?
Nell’epoca del fast and furious, in cui tutto si consuma al ritmo di millesimi di secondo dove in un attimo puoi trovarti ad essere “in” o “out”. L’epoca in cui ci si stanca e si cambia l’ultima diavoleria tecnologica prima che spunti l’alba di un nuovo giorno, un’epoca così avara di affetti veri e troppo generosa di quelli virtuali... tu generazione cristiana, tu giovane cristiano, di che pasta sei fatto?
Ricordo a me e alla Christian Generation, quella con la “C” maiuscola, che quella appartenente a Cristo è una generazione vincente, audace, appassionata! Una generazione che viene al Signore con prontezza, una gioventù “forte” paragonabile al giovane audace Davide che, con sole cinque pietre ma con una fede grande, riuscì a tramutare l’impossibile in possibile! I tabloid inglesi non avrebbero dato per vincente il giovane Davide se avesse affrontato quella battaglia in tempi moderni. Lo avrebbero definito un pazzo, un esaltato, un illuso, un perdente che avrebbe fatto meglio a tenersi fuori piuttosto che dare pubblico spettacolo della sua “stupidità”.
Nei nostri tempi moderni si ragiona così: l’impresa di vivere una vita per Cristo, una vita con significato profondo, una vita di dedizione al Suo servizio e alla Sua opera annunciando agli altri ancora la bella notizia dell’amore di Gesù, della Sua potenza trasformatrice per chiunque crede semplicemente in Lui, è considerata una battaglia inutile, una vita da visionari, un’impresa che non vale il costo!
Mia cara generazione cristiana ne vale e ne varrà sempre la pena vivere per Gesù e per la Sua causa! Pensaci un attimo. Che cosa sarebbe successo a me, a te e all’intera umanità se Gesù avesse mollato quel giorno, in quel terribile momento del Getsemani, rifiutandosi di adempiere la volontà del Padre cioè quella di morire per la salvezza del mondo intero, quindi anche per me e te? Hai mai pensato se Gesù fosse appartenuto a questo tipo di generazione, se avesse mollato? Se avesse rifiutato il progetto pronto da un’eternità?
Rabbrividisco al solo pensiero che la mia vita sarebbe stata condannata per sempre, che nessun’opera, seppur lodevole, mi avrebbe permessa di arrivare al trono di Dio per ottenere la salvezza della mia anima. Rabbrividisco al pensiero che se Gesù avesse rinunciato, non avrei potuto più sentire la pace, la gioia, la speranza, la comunione che procura l’avere un rapporto intimo e personale con Lui. Se avesse mollato io sarei stata perduta per l’eternità! Gesù in quel giorno non ha mollato e sai perché? Perché per Lui “valevamo la pena” di tanto dolore... sopportò l’infamia della croce pregustando la gioia che aveva davanti: vedere generazioni venire a Lui ed essere salvate!
Non mollare! Non far parte di una generazione rinunciataria e volubile. Fissa lo sguardo su Gesù, Colui che crea la fede e la rende perfetta e corri la gara e pagane anche il prezzo, perché per Gesù ne varrà sempre la pena!


Cristina Larino


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