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martedì 30 dicembre 2014

Elena


Era un giorno qualsiasi della settimana, non ditemi quale perché non me lo ricordo. Anche il mese è un mistero ma qualche particolare in più c’è: doveva essere sicuramente in estate, dato che la storia si svolge su di una affollata spiaggia. Anche l’anno, per la verità, non mi sovviene ma la cosa ad ogni modo, non mi rattrista, perché non è la cosa più importante della storia.

Successe così: ”… Partiamo! Da dove Partiamo? Da Napoli naturalmente...“
All’epoca il mio mestiere consisteva nel portare velocemente su e giù per Italia, migliaia di persone che per svariati motivi si mettevano in viaggio per recarsi da una città all’altra. Per me i minuti si consumavano alla velocità di 150Km/h. Le stazioni si susseguivano l’una all’altra. L’orario di arrivo che voi sicuramente avete capito, non lo ricordo, doveva essere l’ora del secondo pomeriggio: le diciassette. Lasciato in consegna ad altri due colleghi macchinisti il nostro treno, io e il mio collega di macchina (gergo ferroviario) decidevamo di andare sulla spiaggia per prendere un po’ di sole, dopo aver portato le nostre borse da lavoro nelle nostre rispettive stanze del FerroHotel di proprietà delle ferrovie.
Saremmo ripartiti nelle prime ore della notte del giorno successivo.
Arrivati sulla spiaggia, capitammo a poca distanza da dove era sdraiata una signora cui piaceva mettere in atto quelle tecniche che usano le donne quando vogliono essere notate. Comunque, alla prima occasione possibile le parlai di Gesù e non solo a lei, poiché il mio collega pensava già di passare una notte diversa.
La donna si chiamava Elena e così inizia anche la canzone: “Elena dagli occhi tristi…”. Si sa che gli occhi parlano, fanno a meno delle parole, semplicemente perché non ne hanno bisogno, sapendo che la loro forza sta nell’immagine che imprimono nella mente. Questa immagine che dagli occhi si trasferisce nella mente, si percepisce come una sensazione di vuoto, di smarrimento e di vergogna della persona che ti sta davanti. Sì, questa è stata la sensazione che ho provato quando Elena, toccata dalla parola di Dio, riuscì finalmente a togliersi la maschera che aveva indossato per nascondere la sua fragilità. Questa maschera le permetteva di comportarsi in maniera non conforme alla morale senza pensare alle conseguenze che le sue azioni avrebbero prodotto. Nella conversazione, venne fuori la sua triste storia. Una vita vissuta per lo più in orfanotrofio, privata del bene più prezioso che un bambino o una bambina possa avere: l’amore dei genitori. Appena ne ebbe l’occasione legò la sua giovane esistenza a quello che lei riteneva il suo principe azzurro. Con il passare del tempo accompagnata da incomprensioni, litigi e senz’altro interesse per un legame tutto da dimenticare, arrivò ad avere presto alle spalle un matrimonio fallito, tenuto in piedi solo dalle apparenze, con tanto di frustrazioni e pentimento. In queste condizioni qualunque persona che non abbia fatta una vera esperienza di perdono dei propri peccati e che non abbia incontrato Gesù diventa facile preda dello sconforto. La prima cosa che passa per la mente, ma che poi ahimè rimane fino a mettere radice, è quella di farla finita. Questa fu la scelta che fece anche Elena non riuscendo a non cadere nella trappola del tentato suicidio. Grazie a Dio per qualche ragione di cui adesso non ricordo, sopravvisse a questa malsana intenzione, ma il vuoto che ormai si era impadronito di lei cercò di riempirlo con relazioni fuori dal matrimonio, relazioni che andavano e venivano ma che non potevano appagare la sua sete di amore. La storia a questo punto non avrebbe motivo di essere raccontata, se non ci fosse stato un finale capace di coinvolgere la mente e il cuore di Elena nell’amore di Dio. Questo successe nel momento in cui iniziai a raccontarle che Dio l’aveva sempre amata ancor prima che lei si affacciasse al mondo. Le raccontai che Gesù, il figlio di Dio, aveva offerto sulla croce la Sua giovane vita per darle la vera vita, per darle amore, gioia e soprattutto farle dimenticare quello che lei era diventata, con la promessa che non sarebbe stata mai più sola, perché Dio Padre le avrebbe offerto la sua compagnia.
Quando ci salutammo, nel ringraziarmi per averle parlato di Gesù e del suo amore, mi confessò che nessun uomo prima di allora si era avvicinato a lei se non con intenzioni molto diverse dalle mie e che il suo cuore, dopo il colloquio che avemmo si era davvero molto alleggerito. Il finale della storia non lo so davvero. Da quel giorno dell’incontro, non ci siamo mai più né sentiti e né scritti. Non so se mai si è avvicinata al Signore. Certamente il vangelo è stato predicato, il pane è stato gettato sulle acque.
Il treno della notte, di cui non ricordo l’orario, ma questo già lo sapete, partì puntuale per la sua destinazione cullando il sonno dei viaggiatori ignari della storia che avevo appena poche ore prima vissuto e che in seguito sarebbe diventata musica.


Giuseppe Palladino

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