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venerdì 11 maggio 2012

Il dolce miracolo di Whitney




Così Kevin Costner ha definito Whitney Houston il giorno 18 febbraio, mentre leggeva il discorso funebre sulla cantante e amica conosciuta sul set di The Bodyguard, un “dolce miracolo”. La vita della Houston si lega a quella di tanti prima di lei che hanno coniugato il “successo” ad “eccesso”.

Lei è un altro nome aggiunto alla lunga lista prodotta dalla strage dello star system che sembra non conoscere crisi. “Se si dovesse stilare un elenco degli artisti estinti in virtù del classico stile di vita di una star, non basterebbe un libro. Luigi Tenco, Mia Martini, Kurt Kobain, Jim Morrison, Elvis Presley, Sid Vicious, Brian Jones, Jimy Hendrix, Freddie Mercury, George Harrison, Amy Winehouse, Michael Jackson, sono solo i più noti. Morti per droga, alcool o suicidio, gli uomini di spettacolo finiti tragicamente, costituiscono la prova vivente che la notorietà, la ricchezza, il potere, il successo non riescono a saziare la sete di verità, amore e infinito che alberga nell’anima degli esseri umani. Ecco il motivo per cui le statistiche hanno appurato che la categoria più colpita dal mal di vivere, oltre ai succitati artisti è quella degli atei e degli agnostici. Se si continuerà a pensare come fanno gli illusi ebbri di materialità e carnalità, vale a dire che la spazzatura offerta dal mondo possa dare un senso all’esistenza umana, prepariamoci ad una società di depressi e suicidi”, così si esprimeva in una lettera il giornalista Gianni Toffali.
Ma l’epilogo di Whitney Houston, mi permetto di dire, poteva essere completamente diverso. Si! Poteva essere glorioso. Lei, Whitney, soprannominata “The Voice”, che ha ispirato e formato generazioni di cantanti. Lei ha segnato uno stile, una tecnica a cui tutti hanno dovuto necessariamente essere grati. Ricordo come se fosse ieri, la prima volta che vidi il film The Bobyguard. La sua voce era qualcosa di eccezionale. Ascoltare quel bellissimo vecchio canto gospel Jesus loves me e sentire come prendesse vita intonato da lei, pensavo a quanto Dio si rallegrasse per quella voce angelica che cantava per Lui. Avevo i brividi, non solo per la voce potente ma per come quel messaggio “Gesù mi ama, si lo so, perché la Bibbia me lo dice [...] delle volte mi sento sola ma non sono mai da sola”, arrivasse dritto al mio cuore. Da quel momento ho comprato i suoi dischi e l’ascoltavo rapita! In fondo la sentivo una sorella maggiore, un po’ di sano orgoglio perché eravamo entrambe di estrazione evangelica. Sapevamo cosa fosse il Vangelo. E con le amiche andavo fiera del suo background.
Era una di noi. Lei, come tanti altri cantanti afroamericani, hanno un concetto biblico del canto. Le loro radici sono conficcate nel Gospel, il “Vangelo”, nel “Dio che parla” (“God Spell” da cui nasce la forma contratta Gospel). La Bibbia è piena di riferimenti che parlano di canto, lode, armonie che devono elevarsi al Signore. Decine e decine di versetti fanno chiaro riferimento alla lode del canto, alla gratitudine di un cuore redento che non può fare altro che cantare. Non è così, quando siamo felici? Il canto è il miglior modo per esprimere la nostra gioia, il nostro “grazie” al Signore. Sono le ali che conducono la nostra adorazione e le nostre preghiere dritte al trono del Padre. Poche settimane fa abbiamo saputo della morte precoce di una nostra cara sorella nonché musicista e dopo nemmeno pochi giorni la notizia della star Houston. E io riflettevo su quanto possa essere strana e insignificante la vita per alcuni e invece come, per altri, ci sia il desiderio di lottare fino in fondo per conservare la vita e non riuscirci. La vita nel cuore porta alla vita, la morte dell’anima ti conduce all’autodistruzione. Whitney era ormai morta dentro, da molto, molto tempo ormai. Il mio cuore soffriva nel vederla ridotta così. L’accanimento dei media, negli ultimi tempi, sulla sua vita privata, sui suoi dolori e dipendenze e mi chiedevo: “Perché? Com’è possibile? Lei cresciuta tra i banchi di chiesa, cantato inni al Signore fin dalla sua fanciullezza... come è possibile arrivare ad un tale epilogo?” La vita di Whitney Houston, o forse il suo talento, è ciò che i greci definirebbero un pharmakon dove con la stessa parola indicavano sia un rimedio che un veleno. La stessa cosa all’occorrenza apportava sia beneficio che maleficio, tutto stava nel modo in cui la si usava. Il dono di quella splendida voce per Whitney si è trasformato in un potente veleno che a poco a poco ha infetto tutto ciò che c’era dentro e fuori di lei. Un dono, il suo, più unico che raro.
Il suo manager e talent scout, Clive Davis, lo ha definito “qualcosa che aspetti da tutta una vita”. Un dono che le ha fatto conquistare tutto quello che c’era da conquistare e anche di più. Oltre 170 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, l’unica artista ad aver raggiunto per sette volte consecutive, il numero uno nella classifica dei singoli della Billboard Chart 100 (surclassa record detenuti dai Beatles e i Bee Gees); la prima cantante ad entrare nella classifica degli album della Billboard 200 al numero uno; l’unica artista a ricevere sette dischi multi platino; il titolo di artista afroamericana più influente del pianeta (seconda solo a Michael Jackson). La colonna sonora di The Bodyguard in cui lei è la protagonista accanto a Kevin Costner, è uno dei 10 album più venduti nella storia della musica (17 volte disco di platino solo negli USA), davanti a Saturday Night Fever, Forrest Gump e Titanic; e la versione di Whitney della canzone di Dolly Parton I will always love you è il singolo degli USA più venduto di tutti i tempi (4 volte disco di platino). La piccola Withney Elizabeth nasce in una famiglia di grandi musicisti. Mamma, Cissy Houston, cantante e insegnante di canto gospel, fondatrice del gruppo vocale Sweet Inspirations che ha supportato cantanti del calibro di Aretha Franklin e Elvis Presley, cugina delle sorelle Warwick (Dee Dee e Dionne, quest’ultima raggiunse fama mondiale nel proporre le musiche di Burt Bacharach) e la stessa Aretha Franklin come sua madrina. Inizia a cantare a soli 9 anni nel coro della New Hope Baptist Church (Newark, New Jersey) fino a diventarne la solista all’età di 11 anni.
A 15 anni la ritroviamo nel singolo di Chaka Khan I’m Every Woman, canzone che in seguito sarebbe diventata un successo per il suo album colonna sonora The Bodyguard. Nel 1981 i suoi genitori decidono di avviare formalmente la carriera di Whitney, considerate le sue evidenti capacità canore. Ma è nel 1983, con l’incontro di Clive Davis, talentscout dell’Arista Records, che la carriera della Houston decolla a livello planetario. Il suo primo album le valse l’entrata nel Guinness dei primati come l’album più venduto di una cantante esordiente (quasi 29 milioni di copie). La colonna sonora tratta dall’omonimo film The Bodyguard, segna lo spartiacque della vita di Whitney in tutti i sensi. Dall’esplosione della popolarità a quella dell’incontro dell’uomo della sua vita, Bobby Brown. Continuano i successi. Nel 1995 esce un altro suo film Waiting to Exhale che vede la partecipazione di musicisti di ambiente cristiano come Ce Ce Winans (duetto in Count on Me). Nel 1996 arriva The Preacher’s Wife, film basato su The Bishop’s Wife del 1947 con Cary Grant e Loretta Young. Una colonna sonora con nomi stellari in cui Whitney ritorna alle sue radici gospel. L’album gospel più venduto in tutta la storia della Billboard Chart, solo negli Stati Uniti tre volte disco di platino. Collaborazioni con musicisti e produttori straordinari della musica black. Da Mervin Warren (Sister Act 1 e 2) a Babyface, Annie Lennox, Shirley Caesar, Georgia Mass Choir e una splendida interpretazione del Salmo 23 ad opera di sua madre Cissy. E poi nuovi album My love is your love (1998), un Greatest Hits (2000), Just Whitney (2002), One Wish: The Holiday Album (2003), fino all’ultimo I look to You (2009). Ma in questa lunga carriera qualcosa cominciò ad incrinarsi nella vita della bella ragazza del New Jersey. Dietro i suoi successi mondiali, si nascondeva un dolore molto intimo e intenso a causa del suo matrimonio tumultuoso con il rapper Bobby Brown (14 anni di matrimonio e una figlia Bobby Kristina) e una battaglia con abuso di droghe e alcool.
Dopo un’intervista del 2002 con Diane Sawyer, giornalista della ABC, in cui parlava di se stessa in termini di “io sono il mio demone, posso essere il mio miglior amico o il mio peggior nemico”, in una delle sue ultime interviste, all’Oprah Winfrey Show, rilasciata nel 2009, dopo essere uscita da un primo programma di riabilitazione e disintossicazione, ammise che avrebbe avuto bisogno, durante gli anni passati nell’alcool e nella droga, di ritrovare se stessa e sua figlia, il dono che Dio le aveva dato. A proposito della sua voce e dell’impatto che aveva sui suoi fan quando lei cantava, aveva detto: «Le persone erano in quello che noi chiamiamo “la fiamma dello Spirito Santo”. Erano in un tale spirito di adorazione che ero consapevole che quella era qualcosa di contagioso che Dio mi aveva donato». Nelle sue parole ho scorto la solitudine e la tristezza nonché l’insoddisfazione di una donna a cui la vita di successo chiede già il conto. “Avevo denaro, macchine, case, un marito, una figlia. Per una volta ero felice, felice ma avevo bisogno della gioia, avevo bisogno di nuovo di quella gioia. Avevo bisogno di quella pace che sorpassa ogni comprensione”. Quella gioia l’aveva sentita un tempo, “quando ero un’adolescente che cantava per Dio. Ma quando sono diventata Whitney Houston […] la mia vita è diventata del mondo intero. E questo era troppo. Troppo per cercare di andare avanti. Troppo nell’essere ciò che volevano. Volevo tirarmene fuori”. Era una donna in cerca di amore, ma allontanandosi dal Vero amore, Dio, e la gioia che Egli le procurava, ha cominciato a idolatrare un altro uomo, suo marito, “mi attirava il fatto di avere qualcuno (Bobby) che avesse quel controllo su di me. Era un sollievo”. In seguito al successo incredibile del film The Bodyguard, il rapporto con suo marito si fa sempre più difficile. Quest’ultimo mal celava una profonda invidia e gelosia per i successi di sua moglie reclamando, forse, tutta quella fama per sé. E dal canto suo Whitney, pur di rassicurarlo e farlo sentire più importante di tutto, cominciò ad assecondarlo in ogni cosa, perfino nell’uso di droghe pesanti (cocaina, crack e quant’altro) a cui si aggiunse l’uso di alcolici. Tutte cose di cui Bobby era un abituale consumatore.
“Stavamo cercando di nascondere il dolore di un matrimonio fallito”. Da questo momento in poi, cominciò il vero inferno, i continui tradimenti di lui, gli abusi, le violenze. “Lui era la mia droga. Non facevo niente senza di lui. Non sarei andata in alto da sola. Eravamo io e lui insieme. Eravamo una coppia. E questo era ciò che era più importante per me: lui. Io e lui insieme. E qualsiasi cosa facevamo, la facevamo insieme. Non importava cosa, ma la facevamo insieme”. Sono di pubblico dominio le foto scattate dalla cognata nel bagno di Whitney Houston stracolmo di droghe e pillole. Un modo per scuoterla e per costringerla alla riabilitazione. In quei giorni tristi, ella racconta: “Parlavo al telefono, guardavo la tv. Ascoltavo il Vangelo. Leggevo ancora la Bibbia, con mia sorpresa, la leggevo ancora. Era dentro me. Sapevo che Dio era lì. Sapevo che la luce era lì e stavo cercando di ritornare a quella luce. Continuavo solo a cercare di tornare a quella spiritualità”. Una via che purtroppo gli stupefacenti continuamente non le facevano trovare. Sua madre, in preda alla disperazione, andò a casa sua con un poliziotto dicendole: “Non voglio lasciarti al mondo. Non voglio lasciarti nelle mani di Satana. Non lo farò. Rivoglio mia figlia. Ti rivoglio. Voglio vedere quella scintilla nei tuoi occhi. Quella luce nei tuoi occhi. Voglio vedere la bambina che ho cresciuto. Tu non sei cresciuta così”. Così ci fu la riabilitazione, o almeno la cercò. Dopo tanti alti e bassi ecco il tanto atteso album del ritorno nel 2009. Ma in effetti Whitney non è mai ritornata. Era persa ormai da tempo e non riusciva più a risalire la china. In questo ultimo lavoro, la canzone che dà il titolo all’album I look to You, fa nascere la speranza che per un periodo lei fosse ritornata a Colui che l’amava. Il brano scritto per lei quasi dieci anni prima da R. Kelly, esprime un anelito, un desiderio a guardare a Dio, la fonte della forza, nonostante tutto. Whitney diceva: “So da dove mi viene l’aiuto. Lo so. So che è forte in me. Se mai dovessi cadere, cedere, indebolirmi, so dove posso rifugiarmi. Amo così tanto lo Spirito di Dio che non lo cambierei con nessun’altra cosa. Non lo cambierei con nulla, con nulla. Perché sento la gioia che non riesco nemmeno a esprimere. È la pace che supera ogni comprensione”. Whitney, purtroppo non è andata così! Hai barattato questa gioia con la droga e l’alcool! Non hai permesso a questa gioia di nome Gesù, di inondare così tanto la tua vita da trasformarla radicalmente, non per un periodo, ma per sempre. Sei stata una figliuola prodiga, sei vissuta nella casa del Padre e poi hai reclamato la tua eredità e l’hai sperperata nel mondo. Ma quel Padre era lì sempre con le braccia aperte per te, per accoglierti, che scrutava da lontano l’orizzonte sperando in un tuo ritorno. Chissà quante volte avrai cantato quel canto: “Amo il Signore. Ha udito il mio grido e ha avuto pietà di ogni gemito […] e quando verranno i problemi io correrò al Suo trono. Si lo farò, correrò al Suo trono. Io so che posso venire al Tuo trono […] quando non so dove andare so che posso venire a Te”.
Ebbene, spero con tutto il cuore che tu abbia fatto davvero questa scelta, guidata dalle ali delle fede vera in Gesù. Spero che tu lo abbia fatto... che tu, nell’ultimo istante della tua vita, abbia avuto il tempo di tornare al tuo caro Padre Celeste e di dire come quel ladrone sulla croce: “Signore, ricordati di me!”. “Perché Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” ha detto Gesù che desiderava tutto questo... desiderava che tu cantassi ancora per Lui, che non guadagnassi tutto il mondo per poi perdere l’anima tua!
Giovane, anche tu sei ancora un figlio prodigo? In cosa speri, cosa cerchi che Dio non ti abbia già donato in Gesù? Spero rifletterai su queste parole. Dio ti vuole a sé, Dio vuole che quella luce brilli nei tuoi occhi, la luce della salvezza, del perdono e della gioia.
“Ci hai fatti per Te Signore e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in Te”.

Cristina Larino


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